martedì 13 marzo 2018

Il racconto, dal vivo, di un cronista obiettivo e critico

Pomezia, ieri mattina, si è stata svegliata da una di quelle notizie che catalizzano l’attenzione generale, e guai se non lo fosse. 
Tre maestre di una scuola dell’infanzia statale sono state accusate di aver usato violenza fisica e verbale ai danni di alcuni bambini. Contro le maestre, i carabinieri della stazione di Pomezia hanno eseguito un'ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Velletri su richiesta della Procura. Per le tre donne, tra i 46 e i 61 anni sono stati disposti gli arresti domiciliari. 
L'indagine è partita a febbraio dopo le denunce presentate da quattro mamme, che avevano notato comportamenti strani e violenti nei propri figli. I carabinieri, con l’aiuto di intercettazioni ambientali e telecamere installate nella scuola hanno svolto le indagini che purtroppo sembrano aver confermato le paure e i sospetti dei genitori
I bambini, di un età compresa tra i 3 e 5 anni, avrebbero quindi subito violenza sia fisica che psicologica, oltre ad umiliazione e vessazioni di vario genere.
La notizia è di quelle che fa tremare una piccola comunità come quella di Pomezia, comune di circa 60000 abitanti alle porte di Roma,  e come in ogni piccola comunità che si rispetti la storia dei bambini è balzata da un bar al altro, al mercato, per strada e suoi tanto attivi social. 
Il sindaco, Fabio Fucci, ultimo fuoriuscito dal movimento 5 stelle e pronto a ricandidarsi con una sua lista civica come Pizzarotti insegna, non ha perso tempo e già poche ore dopo la notizia degli arresti dalle sue pagine ufficiali ha subito espresso il proprio sdegno e vicinanza ai bambini e alle loro famiglie - Questi arresti destano molta preoccupazione perché riguardano persone a cui tutti noi affidiamo i nostri figli quotidianamente. Quando si toccano i bambini e si vanifica il ruolo educativo e formativo delle scuole di ogni ordine e grado è una sconfitta per tutti. Ringrazio le forze dell’ordine per il loro lavoro e confido nell’operato degli inquirenti per la conclusione delle indagini al più presto
Da quel momento tutti, e dico tutti hanno espresso un opinione a riguardo, improvvisamente Pomezia è diventata centro del mondo, i bambini le maestre i genitori, il negozio di alimentari accanto alla scuola, il benzinaio, il medico, tutti si sono sentiti in dovere di esprimere un giudizio, un opinione. Come è inevitabile del resto nel mondo dei social, dove però tutta questa ricerca irrazionale di verità e bisogno di  giustizia è amplificata in maniera anarchica, tanto che il comandante dei carabinieri della stazione di Pomezia ha dovuto smentire alcune informazioni che giravano sui vari gruppi della città, presi d’assalto dal popolo del “commento facile”.
Ovviamente un fatto del genere, se confermato dal giudice, è da condannare in maniera forte e decisa, e non c’è neanche bisogno di specificarlo, ma in un momento in cui le tensioni sociali sono al limite, in cui troppo spesso si pensa di potersi far giustizia da soli, è meglio lasciare a chi di dovere certi compiti. 
In questa storia, a differenza di tante , troppe, altre, ci sono alcuni elementi che non possono che ritenersi positivi e capaci di farci sperare in una risoluzione del problema. Elementi che possono farci guardare al futuro con maggiore speranza e non con la paura di vedere i nostri figli vittime di qualunque tipo di violenza dentro le nostre scuole.
Innanzitutto il coraggio delle mamme, capaci di capire i disagi dei propri figli e forti da andare dai carabinieri appena hanno avuto il sentore di qualcosa di strano.
Le forze dell’ordine, e le loro indagini fatte nel silenzio e risolte in poco meno di un mese, con il pronto arresto delle sospettate e relativa sospensione del servizio.
La ferma e decisa condanna delle istituzioni che senza giri di parole, dalla voce del sindaco, ha condannato ed espresso l’assoluta vicinanza alle vittime.
Sembra scontato ma non è sempre così davanti a fatti di cronaca di questo genere, spesso abbiamo letto di maestre trasferite, di accuse ai genitori delle vittime e di indagini lente e mai risolutive. Questa volta tutto questo sembra, almeno per ora, non essere successo.
Credo che tutti siamo contro la violenza sui bambini non c’è bisogno di scriverlo su facebook.

Matteo SAULLO

lunedì 12 marzo 2018

L'università della Calabria compie 50 anni. In uscita un libro su Aldo Moro


Nell’ambito dei festeggiamenti dell'ateneo calabrese, la casa editrice ‘’Rubettino’’ annuncia l’uscita di un libro su Aldo Moro e l’Intelligence, curato da Mario Caligiuri.
Era il 1968, quando venne promulgata la legge che istitutiva l’Università della Calabria (n° 442  del 12 marzo 1968), che poi avviò le sue attività nel 1972. 
Il Presidente del Consiglio era Aldo Moro, lo statista democristiano del quale tra poco ricorreranno i 40 anni del suo rapimento e del suo assassinio. 
Ancora l’eco degli scontri di Valle Giulia non si era spento e i giovani italiani erano in rivolta. Aldo Moro era proteso verso la strategia dell’attenzione per rendere la società italiana più partecipata. 
In tale contesto si colloca anche questa ricorrenza, che vide, poi, il consigliere economico di Moro a Palazzo Chigi, Beniamino Andreatta, diventare il primo rettore dell’Unical che impostò come un campus americano, con una visione anche adesso modernissima.
Andreatta si dimise, successivamente, in polemica con la classe dirigente locale. 
Aldo Moro, aveva, comunque, un grande rapporto con la Calabria essendo la madre, Fida Stinchi, di Cosenza, dove aveva studiato e insegnato all’Istituto “Lucrezia della Valle”. 
Al Presidente della Democrazia cristiana, l’Università  della Calabria ha dedicato, il 13 maggio dello scorso anno, un convegno  nell’aula “Caldora” dal titolo “Aldo Moro e l’intelligence. Il senso dello Stato e la responsabilità del potere”, nell’ambito degli approfondimenti scientifici dello studio dell’intelligence, per il quale l’ateneo calabrese è all’avanguardia. ù
Da questo simposio è nato, poi, un libro, curato da Mario Caligiuri, uno dei più importanti studiosi di intelligence del nostro Paese.  Il volume, ha lo stesso titolo del convegno e verrà presentato in anteprima il 9 maggio 2018 a Roma alla Camera dei Deputati.
Il testo, che ha la prefazione di Paolo Gheda, contiene saggi di Andrea Ambrogetti, Francesco Maria Biscione, Vera Capperucci, Massimo Mastrogregori e Giacomo Pacini. Inoltre contiene delle trascrizioni da Virgilio Ilari e le testimonianze di Ciriaco De Mita e Luigi Zanda.
"Si tratta della prima organica riflessione che affronta questo aspetto poco studiato della vita politica di Aldo Moro - si legge in una nota -.  Infatti, Aldo Moro ha profondamente segnato la storia del nostro Paese. La sua figura però è schiacciata sulla tragica fine, lasciando in ombra la lunga azione politica. Negli anni della guerra fredda, Aldo Moro è sempre centrale nelle fasi che allargano la partecipazione politica, prima ai socialisti e poi ai comunisti. È Presidente del Consiglio in occasione il “Piano Solo” del 1964 e Ministro degli esteri durante la strategia della tensione. Profondo conoscitore dello strumento dell’intelligence, ne sa utilizzare le informazioni e sa dialogare con gli uomini che la praticano, come Giovanni De Lorenzo, Vito Miceli e Stefano Giovannone. Proprio a quest’ultimo scrive durante la sua prigionia. Aldo Moro dimostra che un uomo di Stato è anche un autentico uomo di intelligence, poiché sa riconoscere e utilizzare questo fondamentale strumento nell’interesse della Repubblica. Sotto il profilo dei rapporti con l’intelligence, la vicenda di Aldo Moro è ancora tutta da scrivere per sottrarla alle riscritture".
Mario Caligiuri, prosegue il suo impegno di ricerca, durante il quale ha già approfondito la figura di Francesco Cossiga e ampliando, scientificamente, lo sguardo sull’attività dei Servizi che rappresentano la “dimensione mancante della storia”. 
Un libro spiazzante che illumina sotto una nuova luce il ruolo insostituibile dell’intelligence e l’esperienza politica dello statista democristiano, confermandolo un faro della Repubblica. 

martedì 6 marzo 2018

La cultura islamica al master sull'intelligence


“Comprendere il mondo islamico è uno dei problemi del mondo contemporaneo e va affrontato con competenza e serietà”. Lectio del direttore del laboratorio del mediterraneo islamico dell’Unical, Alberto Ventura, al master sull’Intelligence, diretto da Mario Caligiuri.
Il docente, ha illustrato le coordinate culturali per comprendere l’islam, identificandolo attraverso la lingua, la storia, la cultura, spiegando anche le differenze tra sunniti e sciiti, valori e l’ideologia dell’Islam.
Ventura ha, poi, evidenziato la gradazione delle autorità delle fonti: il Corano, la Sunna e il Consenso che è “l’elaborazione della dottrina, verificato generazione per generazione. Il fondamentalismo, si basa sull’interpretazione letterale dei testi. Il fenomeno, dopo essere nato alla fine degli anni ‘20 del novecento in Arabia Saudita, si è imposto con la guerra in Afghanistan e sviluppato con la strategia del “nemico lontano”, identificato con l’Occidente.
L’attentato dell’11 settembre - ha continuato Ventura - è andato al di là delle previsioni, ma non ha provocato la legittimazione popolare nel mondo islamico. Dopo Al-Quaeda si è imposta l’Isis, quasi del tutto debellata, ma, sicuramente, ci saranno evoluzioni non prevedibili. Per rispondere in modo efficace occorre conoscere storia, cultura e genesi del mondo musulmano e del fondamentalismo.
Anche l’informazione generalizza e semplifica e invece di aiutare la comprensione profonda la banalizza. Infine – ha affermato il docente - la scuola ha un ruolo decisivo per promuovere l’associazione tra le culture, approfondendo, in questa direzione, la cultura islamica attraverso la formazione degli insegnanti e la definizione di programmi specifici”. 

venerdì 2 marzo 2018

Ci vuole rispetto nelle parole e nei fatti!


Sono giorni che scrivo e cancello i miei pensieri. Scrivo e ripenso. Ripenso, scrivo e, poi, cancello tutto. Vorrei tanto dimenticare quelle immagini, ma non ci riesco. Vorrei tanto si fosse trattato solo di un incubo, ma la realtà è, ahimè, un’altra.
In questa campagna elettorale, la più brutta della storia per mia memoria, e nella quale non entro, volutamente, nel merito, è entrata come un fulmine una notizia che mi ha fatto accapponare la pelle.
Le immagini di un’insegnante, badiamo bene, un’educatrice dei nostri figli, dei nostri nipoti, che augura la morte ai poliziotti e che inveisce contro la divisa, esternando le frasi più assurde, ha dell’incredibile.
Un docente dovrebbe insegnare la non violenza. Dovrebbe educare i piccoli al bene, alla pace al rispetto per le forze dell’ordine. Non ho visto tutto ciò in quelle immagini. Ho percepito solo rabbia, odio e disprezzo.
In un altro post, pubblicato nelle settimane scorse, riferendomi al ferimento di un carabiniere, durante una manifestazione, ho parlato di mancanza di rispetto, di cultura storica.
Ma come si può oltraggiare una divisa? Come si può deridere e schernire uomini e donne che lavorano, operano, vivono e indossano quegli abiti tutti i giorni per proteggerci?

Qualcuno potrà dirmi che sono di parte. Si.... lo sono. 
Sono figlia dell’arma e me ne vanto. Ho rischiato di perdere mio padre in servizio. So cosa vuol dire aspettare che torni a casa dopo una giornata di lavoro insieme ai suoi ‘’Angeli’’, (così amavo chiamarli da piccola).
So quanta abnegazione, quanto lavoro e quante nottate hanno portato lontano il mio papà da tutti noi. Nonostante ciò l’ho sempre ammirato e continuo a farlo con abnegazione e amore filiale.
Cara professoressa (adesso parlo io in prima persona) sotto quella divisa da lei tanto disprezzata ci sono uomini e donne che operano con sacrifici e immensa passione, amore e umiltà verso i più deboli.

Nei giorni scorsi, ho letto due lettere. Mi sono immedesimata in questi due ragazzi. Ve le ripropongo, nell’auspicio che si capisca, finalmente, che non si può più oltrepassare il limite. Ci vuole rispetto nelle parole e nei fatti!

Il primo scritto è di Michele Fezzuoglio. Nel 2006, aveva solo sei mesi quando il padre Donato, Carabiniere Scelto, fu ucciso nel tentativo di sventare una rapina. Il piccolo, venuto a conoscenza dell’augurio di morte rivolto da un’insegnante di Torino alle forze dell’ordine, ha scelto di rispondere con una lettera pubblica.

“Buonasera prof, mi chiamo Michele, non le nascondo che sono un po’ arrabbiato con lei. Oggi le faccio conoscere qualcosa di me e del posto dove vivo. Mi stringa forte la mano, ci troviamo ad Umbertide esattamente in via Andreani, si guardi intorno, osservi com’è tranquilla la cittadina. 12 anni fa alla sua destra c’era una banca, scattò l’allarme per rapina, arrivò la pattuglia del 112, i due carabinieri corsero in aiuto a cittadini in pericolo. Alcuni rapinatori rimasti fuori spararono alle spalle di papà e morì. Mi stringa la mano e si guardi intorno, li c’è una targa con delle corone, lì invece una fioriera voluta da tanta gente di cuore con disegnato il tricolore. Venga andiamo in via xxxxxxx, in questa casa ci abito con la mamma, la osservi, sopra quel mobile c’è un berretto, lo stesso che era sopra la bara avvolta nel tricolore il giorno del funerale di mio padre, guardi quante foto, attestati ed encomi, sono tutti di mio padre, li ha ricevuti sia in vita che dopo. Senta anche che silenzio, se ci fosse stato papà sarebbe stata una casa rumorosa, avrei avuto un fratello o una sorella o entrambi. Venga prof, le faccio vedere dove dormiva mio padre, il suo armadio, le sue cose. Guardi queste scatole, sono piene di lettere, scritte da tanti Italiani per dimostrare affetto a mio padre, all’Arma dei Carabinieri alla mia famiglia, ma soprattutto a me che allora avevo solo 6 mesi. Ora la porto nella mia seconda casa. Ci dobbiamo spostare di qualche chilometro, nella zona dove abitano i miei nonni materni. Mio padre diceva che in quei posti c’era pace. Intanto lei osservi quanto è bella la mia Umbria. Siamo arrivati, si è resa conto che siamo in un cimitero? Eccola la mia seconda casa. Ora le racconto alcuni episodi, avevo 4 anni e mezzo quando ho imparato a leggere i nomi scritti in stampatello sulle lapidi dei defunti. Qui sono arrivato in bici per mostrarla a mio padre, ancora, le dirò di quando sono entrato con 2 papere, con il cane, ho portato disegni e oltre i fiori porto regali. Prof ora le chiedo di poggiare la sua mano su questa tomba, pensi il freddo delle mie labbra quando bacio papà. Quante cose avrei da raccontarle prof, faccio tanti chilometri in giro per l’Italia per parlare di lui, faccio tanto fatica a scuola quando in alcuni periodi sento di più la sua assenza, fortuna i suoi colleghi insegnanti capiscono quell’alunno che a volte si distrae per non piangere o che ride per soffocare un brutto pensiero. Basta prof, la lascio tornare a casa, nel tragitto rifletta della lezione noiosa. Quando è arrivata guardi negli occhi suo padre e lo abbracci….Intanto io scrivo al Ministro, non per farla punire, ma per darle dei consigli. Vorrei mai più manifestazioni che incitano violenza, chi parla dovrebbe evitare parole che uccidono quanto quel proiettile di kalashnikov sparato alle spalle di quel carabiniere che per me voleva un mondo a colori…. Arrivederci prof…Buon rientro”.

L’altra missiva è stata scritta da una ragazza, figlia di un poliziotto.

“Cara professoressa, ti parla la figlia di un appartenente alle forze dell'ordine. Tu che gli urli "dovete morire", vedi ogni volta che mio padre si allaccia gli anfibi e si chiude il cinturone ho davvero paura che qualcuno lo faccia morire. Forse tu non sai cosa vuol dire. Tu non sai cosa vuol dire vivere di turni, vivere di imprevisti, di compleanni in cui nelle foto ci sono tutti: tranne lui. Del pranzo di Natale che diventava freddo a forza di aspettarlo. Del cuscino vuoto accanto a mia madre. Del freddo, del sonno, del sangue sulla strada, degli insulti che gente come te ogni giorno rivolge a chi indossa una divisa. Cara professoressa, hai mai provato ad accarezzare la stoffa della giacca di un poliziotto o di un carabiniere? Sai non è di un cotone morbido, non è il lusso che tutti credono che lo Stato regali a quegli uomini e a quelle donne in divisa. Cara professoressa, tu sai che mentre auguravi a quei ragazzi la morte a casa c'erano i loro bambini che si erano appena addormentati che si aspettavano di vedere i loro papà il giorno dopo come tutti i giorni? Lo sai che c'erano madri, fidanzate e mogli che in quel preciso momento stavano pensando a loro? E stavano pensando se magari potevano avere troppo freddo là fuori? Non sono dei mostri come li dipingete. Ma sono persone. Le stesse persone che chiamate a tutte le ore se avete bisogno di aiuto, e loro anche se voi gli augurate le morte vengono ad aiutarvi: perché hanno giurato di esserci, e quella divisa che tanto odiate rappresenta anche questo. C'è chi della propria divisa ne fa un abuso, come ovunque c'è la mela marcia e sono concorde nel punirlo adeguatamente secondo le leggi, ma non per questo bisogna augurare il male a tutti coloro che indossano una divisa. Perché io nonostante tutto non auguro del male a nessuno e mai lo farò, perché mi hanno insegnato il rispetto per la vita di tutti. Così, cara prof, ora vai e guarda negli occhi tuo padre e tuo marito/compagno/ fidanzato che sia (se ne hai uno), guardali negli occhi e cerca solo di immaginare cosa si possa provare: a sapere che tanta gente come te augura la morte a quegli uomini che per noi sono la vita”.

È vero. Si tratta di uomini, i nostri padri, che per noi sono la vita. Ci hanno generato e insegnato cosa vuol dire il ‘’RISPETTO’’ per il prossimo, per le leggi dello Stato, la Costituzione italiana, la legalità e la ‘’DIVISA’’.

Grazie papà......